mercoledì 6 maggio 2009
Qui, ahimè, siamo agli antipodi.
La primavera è uno scherzo grottesco, una pozione velenosa che devia le menti.
Il seguente racconto è il primo degli scritti che compongono le cronache della follia.
Ci siamo, siamo entrati nel suo mondo.
P.s. Il periodo è quello giusto, prestate attenzione alle cose e, se potete, non innamoratevi degli sconosciuti.
LE CRONACHE DELLA FOLLIA - #1
La prima volta avvenne in modo quasi naturale, come una pietra che prende a rotolare lungo un pendio.
Un’azione governata da un qualche tipo di forza, una gravità oscura che precipita gli eventi facendoli sfuggire al controllo degli attori.
Era un’inerzia sconosciuta, come quella che avvolge le menti delle persone normali quando si trasformano, anche per un attimo solo, in qualcosa di oscuro e imprevisto.
In quei momenti mi sembrava tutto normale, come un riflesso spontaneo e necessario.
Probabilmente furono le sue azioni, i suoi movimenti, le sue parole a mettere le cose sul piano inclinato. Queste ultime, non potendo vincere lo scivolamento, s’affossarono completamente in un abisso, scorrendo quasi senza rumore fino alla fine della base.
Ad aprile cominciavano a sentirsi i profumi del risveglio, la natura diffondeva i suoi colori ammalianti e gli esseri umani cercavano di seguire i loro istinti, facendosi trasportare dai sensi e dall’oscura regia dell’ipotalamo.
Io mi trascinavo lungo le strade della città, cercando di schivare le delusioni e sopprimendo il malessere che sentivo di avere laggiù, da qualche parte.
Ero diventato un tipo solitario da quando per qualche ragione stavo abbandonando la vita reale.
Distinguere il sogno dalla realtà era un’operazione sempre più complessa, che richiedeva ogni volta uno sforzo maggiore, sforzo che io non ero assolutamente più disposto ad offrire in cambio di quella piccola e non trasversale verità.
Avevo amici, qualche ragazza intorno, dei progetti piuttosto reali e una vita nitidamente distinta dal mondo onirico.
Poi sono scivolato e ora mi ritrovavo sempre in compagnia dei miei incubi, loro, quelli che mi accompagnavano all’interno delle notti più nere e attraverso i giorni più lucidi e luminosi.
Quella sera di primavera l’aria tiepida spingeva la polvere nei miei occhi, mentre le mie narici traevano forse beneficio, forse fastidio, da quel poco che riuscivano a distinguere in quel marasma di molecole organiche svolazzanti.
Mi sedetti sulla lastra di pietra che divideva il sagrato dalla fila di colonne, con in mano una bottiglia, mentre fumando aspettavo che facesse tardi, per poter così tornare a casa senza essermi soffermato troppo a pensare al corso della vita.
Il futuro è terribile quando non si è più adolescenti.
Quando si è giovani si ha sempre la forza di immaginare un futuro che sia migliore della condizione attuale, mentre poi, quando si invecchia, si capisce come funziona, come gira la ruota.
Il domani diventa una giornata sicuramente peggiore dell’oggi; i problemi aumenteranno, si avranno meno soldi o ci saranno più spese, la salute non sarà più salda come un tempo, il viso si riempirà di rughe, i denti faranno male, le donne non si soffermeranno più a sostenere il tuo sguardo, nessuno mischierà la sua carne con la tua.
Tutte le azioni dell’oggi non eviterebbero la decadenza, la sposterebbero solo un po’ in avanti sull’asse del tempo.
E allora si capisce l’inutilità di queste azioni, anzi, forse si potrebbe realizzare e comprendere quanto la ricerca del buon domani sia in realtà un peggioramento ulteriore dell’essere oggi.
La decadenza, fetente, arriverà comunque, ma intanto noi non abbiamo fatto altro che preoccuparci, seguire le regole, andare a letto presto, studiare stupidate su stupidate, lavare i piatti, rifare il letto, comprarci un’auto a rate, uscire con una donna solo perché è l’unica che ci accetta.
Se si conosce il movimento della ruota, tutto questo preoccuparsi e vivere ben bene sui binari appare di colpo uno sforzo inutile.
Io avevo intuito il meccanismo, quindi aspettavo la decadenza seduto sulla panchina di granito, mentre cercavo di rendermi meno spiacevole il mondo bevendo qualcosa di fresco.
La piazza era, come al solito, piena di persone più o meno giovani che passavano il tempo in maniera apparentemente molto serena.
Due ragazze si sedettero accanto a me, a cavalcioni sulla panchina, una con la schiena quasi attaccata alla mia spalla.
Evitavo quasi volutamente di sentire i loro discorsi, con la paura che questi avrebbero potuto turbare la mia inquietudine con la loro frivolezza.
Mi ricordo che accesi una sigaretta a meno di un minuto dal mozzicone appena schiacciato sotto la suola, in modo da distrarmi da quello che mi stava attorno.
La sigaretta finì e in pochi minuti terminò anche la birra che avevo stretta nella mano, per cui decisi che era giunto il momento di avvicinare il venditore ambulante e comprare un’altra bottiglia.
Feci tutte le operazioni del caso e mi accesi un’altra sigaretta, questa volta, forse, per farmi del male.
I miei pensieri si erano fermati sul fumo e, come un moderno Zeno, mi venne una sorta di senso di colpa, una sensazione chiara di quanto fosse stupido e insensato aspirare del fumo maleodorante e nocivo solo perché è un modo come un altro di combattere la noia che accompagna il ticchettio del tempo.
Mentre ero intento in questi pensieri da persona debole (il forte non fuma o se fuma lo fa con grande gusto), mi accorsi che qualcuno mi stava fissando.
Sentivo lo sguardo posarsi sul mio volto, lo percepivo, come si percepiscono gli oggetti vicini quando si hanno gli occhi chiusi.
Non volevo voltarmi perché sapevo che non sarei stato capace di guardare chi mi stava fissando senza fingere una falsa sorpresa, anche perché mi ero accorto da un po’ di quello sguardo.
Poi terminai la sigaretta e appena la schiacciai tra la gomma della suola e il porfido del suolo, voltai la testa.
Chi mi stava fissando era la ragazza che sedeva in fianco a me, a cavalcioni sulla panchina e con aria da stupida.
Avevo creduto fossero in due, tanto più che lei non era quella con la schiena quasi appoggiata al mio braccio, ma era quella che le stava di fronte.
La sua amica doveva essersi alzata mentre i miei pensieri erano fissi sul tabagismo oppure, questo è probabile, ero distratto e non mi ero accorto che la ragazza era da sola.
Tutto questo importa poco, anche perché la sconosciuta pronunciò una frase che mi distolse da tutte le altre faccende: “ma sai che mi sto innamorando di te?”.
La prima cosa che pensai è che questa doveva essere completamente cretina, poi invece mi guardai attorno cercando qualcuno che rideva, in preda alla felicità di aver fregato il suo amico Romeo con uno scherzo banale.
Non era così, l’opzione che si addiceva alla situazione era la prima, cioè la ragazza doveva avere dei problemi di salute mentale, anche perché ce ne vogliono per approcciare in questa maniera uno come me.
All’inizio la buttai sul ridere, ma poi cominciammo a fare conoscenza in maniera piuttosto seria, tralasciando il fatto che questa continuava a ripetere di essere innamorata di me.
Si chiamava Paola, studiava alla Bocconi, era pugliese, cicciottella e pendeva dalle mie labbra, qualsiasi cosa dicessi.
Non mi era mai capitato di fare colpo così in maniera fulminea su di una ragazza, non che fosse un gran colpo a dir la verità, però il mio ego si sentì rinvigorire e per un tempo che potrebbe variare dalla mezz’ora alle tre ore, non pensai più alla miseria degli esseri umani.
Ci conoscemmo un po’, io le raccontai un sacco di balle, le dissi che ero uno studente fuoricorso alla facoltà di fisica, così per evitare possibili collegamenti con una bocconiana (quando mai frequentano i fisici?).
Poi lei iniziò a dire una serie di banalità, di stupidate, di luoghi comuni, mettendo su una faccetta da schiaffi tipica di una cicciottella che si sente carina ed emancipata.
La mia istantanea tranquillità interiore cominciava ad abbandonarmi, sentivo una voglia irrefrenabile di fermare quella sua linguaccia sparacazzate, non riuscivo più a sopportare i suoi discorsi su Vasco (Cristo di un Dio) e su quanto fossi bello.
Decisi che avrei dovuto scoparmela in maniera violenta, lì, sul momento, o al più presto possibile, in modo da non sentirla più parlare.
Nel giro di pochi minuti, con una perizia ed un’abilità sconosciute alla mia normale personalità, le chiesi di lasciare la piazza per trasferirci nella sua stanza del dormitorio universitario.
Arrivammo allo stabile quando ormai avevo smesso di ascoltarla e riuscivo solo a pensare che l’avrei scopata per farle del male, per violentare il suo molle corpo di bocconiana banale.
Fu gentile con me, anche quando cercò di essere conturbante, mordendomi le labbra, cercando di farsi desiderare.
Riuscii a raggiungere l’erezione solo perché pensavo al male che le avrei fatto, sbattendola, schiaffeggiandola, lasciandole i segni di quella notte.
Mentre stava sotto di me, mentre la chiamavo con le peggiori parole che mi venivano in mente, mentre il mio sudore le colava sulle tette bianche, mentre sentivo le sue mucose diventare sempre più molli, fui sopraffatto da una vampata di calore che mi fece girare la testa e salire un demone dallo stomaco.
Non mi ero mai sentito così, ero come ubriaco al centro di un inferno in cui tutto si muoveva a scatti per l’effetto di una qualche malefica luce stroboscopica.
La sua faccia era spaventosa, riuscivo appena a distinguerla, era orrenda, era un diavolo. Aveva il trucco completamente sbavato, le guance rosse per gli impatti con i palmi delle mie mani e il rossetto spalmato sulla bocca come ce l’hanno i pagliacci del circo.
Orrenda, era orrenda.
Una specie di mostro molle, nel quale infilavo il cazzo con tutta la forza che avevo, cercando di non farmi spaventare dalla luce sinistra che invadeva il letto.
Sentivo i suoi gemiti, ora di godimento, ora di dolore, e non ne potevo più.
Le mie mani, con una naturalezza propria di un riflesso, si portarono al suo collo, stringendo fino a farmi male, fino a sentire il suono ripugnante delle articolazioni delle falangi sotto sforzo.
La sua spaventosa faccia si fece ancora più paurosa appena capì cosa le stava accadendo.
Era un clown senza forma, violentato, stuprato, con le fiamme negli occhi.
Poi tutto finì, le luci maledette se ne andarono, il tempo cominciò a fluire di nuovo senza intermittenze ed io sentivo il calore del mio sperma colare fuori dal corpo della ragazza.
Le tolsi le mani dal collo e, da quanto forte stavo stringendo, mi procurai un dolore immenso nel far ritornare le dita in posizione naturale, mentre evitavo di guardare il fantasma della mia vittima.
Non mi preoccupai di nascondere le mie tracce, non mi assicurai di non essere visto.
Semplicemente, mi rivestii e cercai di allontanarmi da quella tana di morte il più velocemente possibile.
Feci a piedi la strada per tornare a casa, evitando gli sguardi delle persone.
Ero in una sorta di coma attivo, sentivo che il mondo esterno e la mia persona erano due cose differenti, non riuscivo a capire cosa stesse succedendo.
Ma ero tranquillo, stranamente tranquillo, come se quello che avevo fatto fosse talmente orribile e grande da aver vergogna nel mostrare a me stesso una qualche forma di sgomento o dispiacere ipocrita.
Avevo superato il limite, varcato la soglia del non ritorno.
“La ragazza è morta” mi dicevo, “ora sono un assassino, nulla cambierà queste cose, non si torna indietro, il tempo non perdona. È come un fiume, scorre in un verso solo. E io sono la belva umana, una bestia nera che perde il controllo, sono un pazzo, uno stregone sotto un suo stesso incantesimo”.
Arrivai a casa e mi sdraiai sul letto.
Quella notte sognai la Via Lattea, sognai di volare per la galassia, fra le stelle.
Mi sentivo felice nel sonno, come da bambino.
La mattina seguente, il risveglio fu l’esatto contrario della notte, mi ricordo la nausea e il vomito, i tremori e l’ansia.
Avevo lasciato troppe tracce, mi avrebbero trovato, avrei finito -giustamente- la mia vita in galera.
Non riuscivo ancora a pensare in maniera completamente lucida a quello che era successo, perché i momenti di follia sono difficili da riportare a galla, anche se erano passate solo poche ore dal terribile evento. Inoltre ero davvero preoccupato per quello che sarebbe potuto succedere a breve; immaginavo la polizia che sarebbe entrata in casa mia sfondando la porta, con fucili mitragliatori puntati e carichi, come nei migliori film d’azione. Pensavo anche che per gli investigatori sarebbe stato un gioco da ragazzi arrivare a me, ricomponendo i tasselli della serata.
La ragazza era in compagnia di un’amica che sicuramente mi aveva visto, poi siamo andati da lei, al dormitorio, dove sicuramente qualche suo compagno di università deve avermi notato. Infine, c’era la prova più schiacciante: il dna. I miei residui erano sparsi per tutto il suo corpo e le mie impronte digitali decoravano ogni superficie della stanza. Ero certo che mi avrebbero arrestato entro qualche ora, quindi non cercai nemmeno di scappare lontano o di andare a nascondermi, sapevo quello sarebbe successo e aspettavo la forze dell’ordine quasi con tranquillità.
Si era già fatta l’ora di pranzo quando feci l’errore di accendere la televisione: due telegiornali in contemporanea parlavano dell’omicidio.
Rividi attraverso lo schermo l’ingresso del dormitorio, la sua cancellata, le scale di marmo. Mi girava la testa come un vortice e nella gola non scendeva più una goccia di saliva.
Quando vidi poi il sacco bianco che doveva contenere il corpo della ragazza, quasi soffocai con il mio stesso vomito.
Ero finito, mi avrebbero catturato ormai in qualche minuto e avrei vissuto il resto della mia vita in una cella buia cercando di non deperire troppo dolorosamente sotto il macigno insostenibile dei sensi di colpa.
Mi riaddormentai, svegliandomi quasi all’ora di cena.
I militari non erano ancora arrivati, nessun segno di FBI o forze speciali.
Richiusi gli occhi e dormii ancora per un’altra notte.
Il mattino seguente mi svegliai che era l’alba, la nausea se n’era andata, il mal di testa era diminuito e mi era tornato un certo appetito.
Preparai un caffè e scaldai del latte, mentre cominciavo a realizzare che forse potevo rimanere impunito. Era probabile che nessuno mi avesse visto, inoltre il dna trovato, per quanto ne potevo sapere io di quelle cose, apparteneva ad un beato sconosciuto.
Passarono i giorni e anche i telegiornali cominciarono a parlare meno dell’efferato omicidio della Bocconi, andando giustamente ad occuparsi di nuove disgrazie e di nuove sanguinose tragedie.
Io tornai alla normalità, cacciando sul fondo della mia oscurità quella storia di follia improvvisa esplosa in una fresca e profumata sera di aprile.
Anche ripensando all’accaduto (non che tutto mi apparisse chiaro, a dire la verità) ormai non mi sentivo più male. Non avevo nemmeno più i sensi di colpa. La pietra era rotolata fino a valle, tutto qui.
Solo, da quella notte, mi rimase uno strano difetto all’occhio sinistro: ogni volta che lo muovevo cercando di guardare in fianco, uno strano lampo arrivava dall’angolo della mia orbita.
Forse ero destinato a portare almeno un segno che mi ricordasse il sacrifico insensato di quella povera ragazza.
martedì 10 marzo 2009
memorie - parte 2
Il seguente scritto, una delle mie memorie, spiega come vengo a conoscenza del Fascicolo.
In quei giorni non davo il giusto peso alle cose.
Se avessi saputo farlo, forse ora non mi troverei in questa sistuazione.
E' di vitale importanza sapere vivere in maniera lucida, riconoscere il giusto peso delle cose.
Dobbiamo cercare di individuare i cardini, per poter sfruttare tutto a nostro favore.
Io non badavo a queste cose, avevo dalla mia un menefreghismo arrogante che mi faceva prendere tutto con una risata.
Pensavo che fosse tutto leggero.
Una sconosciuta, una storia di omicidi.
Non diedi il giusto peso alla cosa.
DALLE MIE MEMORIE, FEBBRAIO 2007
Due settimane e ancora ci penso.
Penso a quella notte surreale e ovattata.
Penso che non ci ho capito niente ma che comunque qualcosa mi è rimasto dentro.
Penso che non so nemmeno il suo nome, cazzo, ma si può?
Penso che potrei essere addirittura innamorato, assurdo.
Quindi, assurdo per assurdo, cerco di estirpare quella notte dalla mia testa convincendomi che sia solo frutto di una visione onirica causata dal gin.
Che merda, il gin.
Comunque, in qualche modo allontano le farfalle dalla pancia.
Faccio così: mi infilo la tracolla, collego tutto quello che devo collegare e posiziono la manopola del gain su “inferno”.
Il suono mi esplode sulla faccia, è un pugno.
Inizio una specie di mantra violento e dilatato, tenendo un tempo tutto mio.
Ecco come cacciare i demoni, li brucio col distorsore, i maledetti.
Continuo a spingere, con delle pennate che scalfiscono il corpo nero della chitarra.
Godo.
Sento le nocche graffiarsi contro le corde, mentre stono di brutto premendo troppo sul manico.
I pensieri volano via, svaniscono.
Sono entrato nel mio limbo dorato, per un attimo riesco a isolarmi da tutto.
Continuo per una decina di minuti, forse più, fino a quando un suono fastidioso ma familiare mi risveglia i pensieri, riportandomi alla realtà.
Sbuffo, è il campanello.
Appoggio la Telecaster sul divano e, mentre sento ripetersi il trillo nervoso, mi dirigo verso la porta.
Giro la maniglia e apro.
Ho il cuore che risale nel petto e si conficca in gola.
È lei.
Quasi non ci credo, mi viene da pensare che sia una specie di scherzo.
Abbasso le palpebre.
Le riapro.
Lei è ancora qui, davanti a me.
In mezzo secondo la analizzo da capo a piedi: è completante bagnata.
Fuori sta piovendo l’ira degli dei, in effetti.
Ha i capelli bagnati appiccicati alla faccia, è bellissima, con gli occhi lucidi come quando la vidi al locale.
La borsa a tracolla possiede il tipico colore del cartone bagnato, mentre tra le fibre dei suoi jeans la capillarità ha permesso all’acqua di risalire fin quasi al ginocchio.
Poi, proprio mentre sto pensando che indossa delle Vans molto carine, la sua voce interrompe la mia fulminea analisi.
“Non sapevo dove andare”, mi dice con voce preoccupata.
Io la faccio entrare e le dico che può asciugarsi in bagno, che ho degli asciugamani, forse anche un phon.
Lei non mi ascolta nemmeno, abbassa lo sguardo e varca la soglia d’ingresso.
Cammina verso il centro della stanza formando ad ogni passo delle pozze grosse come laghi.
Poi si volta verso di me. Il suo viso mi trasmette una profonda angoscia, sembra spaventata.
Io invece, tanto per cambiare, sono confuso.
Mi viene in mente che per due settimane ho pensato a questa sconosciuta incontrata per caso in una gelida notte surreale.
Realizzo che abbiamo anche dormito insieme, io senza sapere il suo nome, lei senza sapere il mio.
A questo punto penso sia lecito - se non giusto - presentarsi, usare le buone maniere, come si farebbe nella vita di tutti i giorni.
Mi presento quindi, cercando di coglierla un po’ di sorpresa: “ah, comunque io sono ***” .
Lei risponde come se avessi detto niente.
Non mi dice come si chiama.
No.
Mi parla di altro, di cose strane.
Dice che devo aiutarla, che potrebbe essere in pericolo perché ha trovato dei racconti che parlano di omicidi realmente commessi.
Poi ritratta, almeno in parte, dicendo che forse è solo uno fra i racconti ad essere il resoconto di un vero delitto.
Io credo quasi a nulla, anzi. Comincio a pensare che la ragazza, quella con gli occhi più belli del mondo, quella della quale non conosco il nome e che sta in piedi davanti a me gocciolando pioggia sul mio pavimento, abbia la mente su di un altro pianeta.
Le chiedo quindi di calmarsi, di riprendere fiato.
Insisto ancora che si asciughi.
Ma lei scuote la testa, mi guarda con quella faccia stupenda e mi dice “ti prego…”.
A quelle parole, dette con quella voce, non resisto.
Mi sento un cretino, ma decido di ascoltare e di fare almeno finta di credere a quello che dice.
Inizia così a raccontare le cose per bene, nel dettaglio.
Per la prima volta sento nominare il “fascicolo”. Non immagino neanche lontanamente quanto tormento porterà quella parola.
In sostanza mi racconta di aver trovato questo fascicolo in casa sua, dove convive con quello che a quanto pare è il suo ragazzo.
Dico a quanto pare perché lei descrive il rapporto con un certo distacco, lo avvolge nella nebbia, non pronuncia mai le parole “fidanzato”, “marito”.
Lo chiama invece “il ragazzo con il quale vivo” o, più semplicemente, Romeo.
Mi dice di essere sconvolta, perché è all’interno di quel fascicolo con la copertina di velluto scuro che ha trovato i fantomatici racconti.
Comincio a comprendere qualcosa.
Romeo è - forse - il suo ragazzo, fa lo scrittore, vive con lei e custodisce un fascicolo con dei racconti.
“Non sembra molto strano, è uno scrittore, dovrebbe essere normale trovare per casa degli scritti” le dico.
Lei risponde, terrorizzata, che in quei racconti si descrive precisamente l’omicidio di una sua conoscente.
Resto comunque incredulo, sulle mie, ma comincio a tremare.
Non mi spiego il perché.
Sento di essere tranquillo, eppure, piano piano, comincio ad inquietarmi.
Non è tanto per i racconti, per la storia macabra che mi racconta o per la paura che sia tutto vero. È piuttosto per la sua espressione. È devastata. Sembra che abbia appena visto un fantasma terrificante.
Poi comincia a raccontarmi la storia della sua amica Anna.
Circa sei mesi fa, durante l’estate del 2006, ci fu una grande festa per celebrare la laurea di alcuni amici.
Da quanto capisco doveva essere una cosa abbastanza in grande, in una discoteca, con almeno 200 invitati.
Nottata a quanto pare delirante, con i festeggiati che vomitano e i festeggianti che fanno di peggio.
Alla fine delle nottata però nessuno ritrova Anna. Il cellulare suona libero ma nessuna traccia di lei.
Gli amici cominciano a chiedersi l’un l’altro dove sia, poi allargano le indagini a persone meno intime, fino a chiedere a chiunque sia ancora nel locale.
Si preoccupano perché Anna non è tipa da sparire senza avvisare. Anche se avesse deciso di tornare a casa da sola, avrebbe avvisato sicuramente.
Tra preoccupazione e ubriachezza, quasi tutti tornano alle loro abitazioni.
Rimane solo il gruppetto di amici più intimi della ragazza.
Arriva l’alba e ancora niente.
Decidono di chiamare la famiglia, per sapere se Anna è a casa.
Nessuna traccia.
Avvertono la polizia, passa qualche ora di “assestamento” e cominciano le indagini.
Insomma, Anna viene ritrovata il giorno dopo.
Il suo cadavere è gonfio ma non ci sono segni di percosse.
Nessuna violenza sessuale.
È morta per strangolamento, senza apparentemente aver lottato.
Non ha lividi o unghie spezzate e a quanto pare è stata usata una cinghia o una fascia in tessuto per bloccare l’afflusso di sangue e aria.
Il corpo di Anna è stato trovato dagli agenti nella stazione dell’acquedotto antistante al locale. Da quanto capisco è una specie di stazione di distribuzione dell’acqua, ci sono pompe e cisterne. Chiaramente è tutto isolato da una rete metallica, ma non c’è nessun servizio notturno che assicuri la non violazione del limite.
L’unica misura di sicurezza è una telecamera, che però è fissa sulle pompe e serve solo per monitorare il corretto funzionamento dell’impianto.
Anche perché è difficile che qualcuno entri furtivamente in una stazione di distribuzione dell’acqua, penso. Cosa si può fare in un luogo del genere?
Forse non sto considerando l’ipotesi di strangolare una ragazza con una fascia in tessuto.
Dalle analisi non risulta che Anna fosse drogata, aveva bevuto, sì, ma era cosciente.
Probabilmente l’assassino ha attirato la vittima in quel luogo appartato e poi l’ha strangolata, forse per un rifiuto di fronte ad avances sessuali.
In ogni caso, le indagini sono ancora aperte e nessun potenziale indiziato è stato individuato.
Sconforto e dolore da parte degli amici, rabbia e sconcerto da parte dei familiari che non riescono a comprendere chi possa avere compiuto un così orribile gesto, senza un movente concreto, senza una spiegazione logica.
Il racconto termina con un lungo silenzio.
Io sono più che imbarazzato anche perché lei sembra ancora più sconvolta di prima.
Gli occhi sono gonfi dal pianto e la voce è tremante, strozzata.
“Cosa c’entra tutto questo con il fascicolo che hai trovato?”, chiedo alla mia misteriosa ospite.
Lei si fa ancora più oscura in volto e mi spiega che nel fascicolo ha trovato tre o quattro scritti, dei racconti brevi che parlano in prima persona delle esperienze di un assassino.
All’inizio questi racconti non la impressionano, perché pensano siano appunti sparsi del suo amico-fidanzato.
Poi arriva all’ultimo foglio.
Il racconto parla dell’omicidio di Anna in maniera dettagliata.
Non lascia spazio all’immaginazione, l’autore, Romeo, dice di essere l’assassino.
Descrive con precisione tutte le fasi della serata, dalla festa fino allo strangolamento della ragazza.
“E’ tutto così reale” mi dice, “Ci sono anche io in quel racconto, ci siamo tutti noi che eravamo a quella festa…mi sembra di riconoscere anche i discorsi, le frasi, le cose che ci siamo detti”.
Poi esplode in un pianto, io mi avvicino e l’abbraccio.
Cerco di tranquillizzarla e, non senza fatica, ci riesco.
Poi le spiego che io lavoro per un editore e che ho spesso a che fare con scrittori (o presunti tali).
Spesso utilizzano storie reali, che li riguardano da vicino, per trasformare il tutto in racconti, romanzi o poesie.
Provo a spiegarle che la cosa più intelligente è parlarne con lui, con Romeo.
Lei mi interrompe e mi dice che ci ha già parlato, per questo è scappata e mi ha raggiunto a casa.
Lui l’ha vista, entrando in casa, leggere i racconti del fascicolo.
Lei mi racconta di come abbia provato a chiedere spiegazioni, sui quegli scritti, su Anna.
È andato su tutte le furie, le ha strappato di mano i fogli e le ha chiesto di uscire di casa.
A questo punto una domanda mi sembra ovvia: “perché non vai alla polizia?”.
Lei risponde che non è sicura, che forse sta esagerando, in fondo è davvero uno scrittore, potrebbero essere solo idee, appunti, e poi “come faccio ad andare dalla polizia per dei racconti trovati ad uno che di mestiere fa lo scrittore?”, mi dice.
Forse sto cominciando a farla ragionare, forse è ancora sconvolta dalla morte dell’amica e trovare quel racconto può aver alterato un po’ la sua percezione delle cose.
Le chiedo cosa ha intenzione di fare.
Risponde che vuole tornare a casa, per prendere il fascicolo, per rubarlo, portarlo via.
Così avrebbe modo di leggerlo con calma e magari di andare alla polizia con una prova reale.
Mi chiede di accompagnarla.
Io, non sapendo di fare il primo passo verso l’oblio, acconsento.
Per la sua sicurezza, non posso lasciarla andare da sola.
E poi, io sono il suo “cavaliere”, quello che l’ha strappata da quel casino di notte, un paio di settimane fa. Non posso rifiutarmi.
Anche perché lei ha una specie di magnete che, magico e misterioso, mi attira facendomi perdere i riferimenti con ciò che è reale e ciò che non lo è.
Il viaggio in macchina verso casa di Romeo è un inferno fra le vie della città, sotto la pioggia e nell’ora di punta.
Però, al contrario della prima sera, questa volta parliamo.
Le racconto del mio lavoro, che sono una sorta di aiutante tuttofare di un editore e che spesso mi occupo della selezione artistica.
È una coincidenza divertente questa.
La storia gira attorno ad uno scrittore, potrei anche conoscerlo e averlo incontrato.
È anche molto probabile, dato che quello che gira in città al 99% passa dalle nostre scrivanie (in realtà dalla mia, solo pochi arrivano a quella del grande capo).
Magari ho già letto i suoi racconti, le sue storie.
Magari le ho cestinate e sono passate nel dimenticatoio, chissà.
Strano però che non ricordi questo Romeo. Di solito tendo a ricordarmi tutti i nomi degli scrittori, è utile.
Poi mi dice che qui in città ancora non ha contatti con editori e che l’unica cosa che ha terminato è un romanzo dal titolo “Nemesi”, scritto sotto pseudonimo, e che sta per essere pubblicato da un editore fiorentino.
Al momento non indago oltre, non chiedo quale fosse lo pseudonimo usato. Non approfondisco nemmeno sull’editore fiorentino (sarà la Nasso edizioni, mi dico).
Le chiedo invece della sera nella quale ci siamo incontrati e lei me ne parla in maniera tranquilla anche se un po’ approssimata.
Scopro, al momento senza grande sorpresa, che il ragazzo che avevo colpito sul naso era Romeo.
Non mi ricordo nulla del suo volto, mi viene in mente solo che indossava un cappotto scuro, forse grigio.
Sprovveduto e stupido, ci rido anche sopra.
Penso che sia buffo andare a rubare i racconti di questo scrittore al quale una notte ho portato via la ragazza ringraziandolo con un pugno sul muso.
Non immagino nemmeno alla lontana quello che sta per succedere, il mondo di follia in cui sto per entrare.
Avrei dovuto rifiutarmi di accompagnarla, buttarla fuori di casa, questa pazza.
Anzi, non avrei proprio dovuto conoscerla quella maledetta sera.
Sono un testa di cazzo, perché non me ne sto al mio posto?
Perché sono tornato al locale, dopo che ce ne eravamo già andati?
Avrei potuto schivare tutta questa faccenda.
Ma non l’ho fatto.
Arriviamo davanti ad un vecchio palazzo, siamo esattamente tra Romolo e Porta Genova.
Lascio la macchina in doppia fila con le frecce accese e scendiamo.
Lei ha le chiavi di casa.
Entriamo nel portone e superiamo l’atrio che divide due ampie scale.
Passiamo dal cortile interno e ci dirigiamo verso il lato destro.
Guardo in alto, è una vecchia casa di ringhiera, un po’ malconcia ma tutto sommato carina.
Lei si ferma davanti ad una rampa che porta in uno scantinato.
Infila la chiave nel lucchetto che chiude un portone con la vernice scura e mi fa cenno con la testa.
Entriamo piano, con il timore di poter trovare lo scrittore, forse assassino, che ho picchiato due settimane fa.
Non c’è nessuno.
La ragazza accende la luce: davanti ai miei occhi vedo una stanza molto grande, con delle colonne scrostate nel mezzo. Un tempo era sicuramente una fabbrica, magari una di quelle piene di tavoli e banchetti, con donne più o meno concentrate nel cucire a macchina grandi porzioni di tessuti.
Quello che vedo è infatti il risultato dell’adattamento di quella vecchia officina.
Un grande monolocale, con il letto al centro e tanti libri sui grossi scaffali di legno grezzo.
L’ambiente è umido e sicuramente clandestino, ma mi piace, è bello, trasmette una bella sensazione.
Potrei viverci benissimo in un posto così, anche perché casa mia non è molto differente.
Appena ci avviciniamo allo scaffale più grande, la mia compagna di avventura inizia a cercare fra i libri disordinati.
Non trova nulla, nessuna traccia del fascicolo.
Mi chiede di aiutarla a cercare questo portadocumenti di velluto scuro e io provo ad accontentarla anche se passo la maggior parte del tempo a spulciare i libri che trovo buttati sulle assi degli scaffali.
Bergson, Bukowski, Céline, Cervantes, Defoe.
Ottimo, penso. Ci sono tutti i classici, anche quelli più trascurati dal mondo accademico.
Comincio a pensare che possa essere un bravo scrittore questo Romeo.
Comunque, la mia ricerca dura poco.
Lei è convinta che il fascicolo non ci sia più, e mi dice che probabilmente l’ha portato via lui, l’ha nascosto o fatto sparire, per non lasciare tracce e prove.
Decidiamo di andarcene, dopo aver controllato nella stanza per circa una quindicina di minuti.
Lei prende degli abiti da un armadio, poi della biancheria.
Infila tutto in una borsa non molto grande, poi prende dei soldi da un cassetto e dei documenti da un altro.
Spegne la luce e siamo fuori.
Torniamo a casa mia, questa volta ci impieghiamo meno tempo, il traffico sta già scemando e non piove più.
Siamo piuttosto incerti sul da farsi.
Io le dico che può restare da me quanto vuole, che non c’è nessun problema.
Lei mi assicura che sarà solo per una notte, perché ha intenzione di andarsene domani dalla città.
Dice che raggiungerà un’amica a Lisbona: “me ne voglio andare, devo cambiare aria, non voglio più sapere niente di questa storia.”
Io sento vibrare la coscia sinistra, a metà strada tra l’anca e i testicoli.
È il telefono cellulare.
Rispondo.
Dall’altra parte del telefono c’è il grande capo, che con il suo vocione da cantante lirico mi avvisa di passare a prendere le prime copie di “Primavera sterile”, l’ultimo libro edito dalla nostra -anzi, dalla sua- amatissima fucina di incredibili talenti letterari.
“Ok, grande capo”, rispondo.
Avviso quindi la ragazza che devo assolutamente uscire ma le dico che lei può rimanere in casa, farsi una doccia, asciugarsi e mettersi comoda.
Forse c’è anche della birra da qualche parte.
Lei annuisce e sorride, sembra più rilassata.
Accetta di rimanere a casa mia, anche perché ha ancora indosso quei vestiti umidissimi e penso che una doccia calda a questo punto sia una scelta obbligata.
L’atmosfera tesa della giornata sta per lasciare spazio ad una strana tranquillità, una specie di sensazione pacifica e piacevole che stona non poco con la storia inquietante in cui ci troviamo, o meglio, in cui (per adesso) si trova lei.
Una felicità stupida mi risale dallo stomaco nel vederla un po’ più rilassata e nel notare che il suo volto ha anche altre espressioni oltre all’angoscia.
Quanto è bella, penso, poi mi volto e giro la maniglia.
“Ci metterò una mezz’oretta, magari passo a prendere qualcosa da mangiare. Ti va del sushi?”
“il sushi va benissimo, grazie.”
“Perfetto allora. A dopo”.
Sto per chiudere la porta quando sento ancora la sua voce:
“Cristina. Mi chiamo Cristina”.
Io le sorrido ed esco di casa.
In venti minuti ho già ritirato lo scatolone con le prime copie di “Primavera sterile” e sono diretto al supermercato.
Una volta all’interno del grande magazzino alimentare mi dirigo rapido verso il banco frigo, prendo due barchette di sushi, poi passo a prendere qualche birra, una bottiglia di Coca-cola e via verso l’ultima cassa rimasta aperta.
Una calda e soave voce femminile mi avvisa dagli altoparlanti che il supermarket sta chiudendo.
Pago, imbusto e torno al parcheggio.
Dieci minuti ancora e sono a casa.
Il sentimento di stupida felicità che deriva dall’avere Cristina a casa mia supera quello di paura e inquietudine per la vicenda di Romeo.
Potrebbe essere la ex ragazza di Hannibal Lecter, che mi fregherebbe nulla ugualmente.
Apro il portone e con un sorriso da ebete saluto la signora del terzo piano che porta fuori il cane.
Salgo le scale tre per volta, rischiando di cadere e di compromettere così la nostra cena.
Arrivo alla porta, la apro velocemente ed entro in casa.
“Eccomi…tutto bene?” dico io per avvisare Cristina della mia presenza.
Non sento risposta.
Attraverso la stanza e scendo in cucina.
Niente.
Risalgo e provo al bagno.
Sul pavimento e sullo specchio i segni della doccia.
Noto anche un asciugamano ripiegato un po’ di fretta.
Solo, non trovo Cristina.
Non ci sono i suoi vestiti, non c’è la sua borsa.
Se n’è andata di nuovo.
E questa volta non mi ha lasciato biglietti.
“Ma porca troia”, dico ad alta voce con tono rassegnato, “questa è pazza”.
Passo la serata ad ingozzarmi con i maki imbevuti di salsa di soia, mentre un paio di litri di birra aiutano ad ingoiare tutto quel pesce crudo.
Mi sento un cretino.
Poi sorrido e dico fra me e me: “almeno ora conosco il tuo nome, Cristina”.
venerdì 6 febbraio 2009
memorie - parte 1
Quasi un anno è scivolato via, dall'ultima volta, ma i miei continui mal di testa erano diventati insopportabili e la clinica era l'unico posto dove poter riposare veramente.
Mi sono lasciato disconnettere dal mondo, perchè ne avevo bisogno.
Ora sto molto meglio, sono anche riuscito a finire di ricomporre il Fascicolo: vi ho trovato cose che non ricordavo, o che non volevo ricordare. E' tremendo, come tremendo è il fatto che Romeo sia ancora là fuori, senza controllo.
Ma sono tornato, e ora voglio chiudere la storia per sempre, senza ulteriori indugi.
Alla clinica ho anche avuto il tempo di raccogliere le mie memorie, le memorie dell'utlimo periodo.
Le ho scritte nelle giornate di noia e spero che servano a farvi capire.
I personaggi iniziano a presentarsi e Romeo, lo so, lo riconoscerete subito.
Le pubblicherò man mano, così da darvi modo di assimilare.
Avrete anche il mio punto di vista sulla vicenda.
Quella che pubblico qui è la prima dal punto di vista cronologico, dato che ho sistemato i miei "report" in maniera ben delineata nel tempo.
Mi scuso per averle romanzate un po', ma dovevo combattere la noia in qualche modo.
La seguente memoria vi racconta l'incontro con la persona chiave, quella che mi ha -forse per caso o forse no- trascinato nel vortice.
Siamo nell'inverno del 2007, verso la fine di gennaio.
Comunque, rimanete collegati, perchè presto uscirò a cercare le risposte.
DALLE MIE MEMORIE, GENNAIO 2007:
Discoteca, sono in discoteca.
Non ricordo esattamente perché o con chi sono venuto.
Ma ci sono.
Sono in mezzo alla pista, barcollo fra l’umanità pressata al centro della stanza, fra una spallata alla cicciona e una spinta al ragazzino euforico.
Arrivo non senza fatica al bancone, dove finalmente riconosco Ale.
Mi sorride come se nulla fosse e mi allunga un bicchiere con della brodaglia ammazza-stomaco e una fetta di arancio.
Come a dire “ehi, bevo roba con la frutta tagliata sopra, sono un buongustaio, un intenditore, uno che sa vivere, io”.
Uno schifo tremendo.
Dev’essere Long Island, un’accozzaglia di sapori male assortiti che hanno l’unico scopo di farti perdere un po’ di coscienza.
Schifo, ma me lo scolo quasi in un sorso, così, per togliermi il pensiero.
Via il dente, via il dolore.
Ale non è d’accordo, a lui piacciono i cocktail, Ale è un uomo di mondo e non un topo di fogna come me.
Cerca di comunicarmi le sue profonde convinzioni sulla bontà dei long drinks urlando come un posseduto all’interno della mia cavità auricolare.
Capisco poco comunque, ma per fortuna non mi interessa granché.
Sono mai stato bevitore di cocktail o long drinks, io.
Li bevo, certo, in serate come questa, ma solo per ubriacarmi fino a non dover sopportare di essere in un postaccio del cazzo pieno di gente ridicola della quale mi frega nulla.
Insomma sono una via di fuga, ma non di certo un godimento per le mie papille.
Birra, quella sì che è buona.
Chiara, fresca, dissetante.
E senza un cazzo di orto dentro.
Niente ananas o lime (limoni più piccoli e verdini, vanno di moda, sembra non causino stitichezza, almeno se non infilati su per il culo.).
Poi i superalcolici, quelli mi piacciono, ma senza mischiare troppe merde.
È così buono il whiskey che per rovinarlo con la coca cola bisogna essere subnormali.
Amo la vodka, secca e liscia, e il rum.
Il gin invece fa cagare, serve solo a fare cocktail per fighetti e uomini di mondo.
Poi mi fa vomitare al risveglio, sempre.
Cioè, vado a letto sbronzo, mi rigiro nel letto tutta la notte, poi mi sveglio alle 7 e vomito. Tutte le cazzo di volte.
E sempre alle 7.
Quindi dopo il Long Island ordino un whiskey.
Chiedo un Oban, mi portano un Jack Daniel’s.
Non si può avere proprio tutto dalla vita.
Ale intanto cerca di capire che fine abbiano fatto gli altri mentre io, gli altri, non so neanche chi siano.
Forse ho bevuto troppo a cena, forse è questo mal di testa.
Fatto sta che sono ovattato.
Capisco nulla o quasi, mentre sorseggio il whiskey con ghiaccio (certo, cosa volete, siamo in una discoteca alla moda, il whiskey si beve con ghiaccio).
Mi guardo in giro: sulla destra una ragazza molto bella ma con della scarpe orribili, con tacco quadrato tipo direttrice di scuola elementare. Potrebbero anche essere marroni, bleah.
Sulla sinistra ale con il volto illuminato, ora dalle luci strobo, ora dal display del suo cellulare. Probabilmente cerca di capirci qualcosa, in questo inferno del cazzo.
Slaccio la camicia e ruoto sullo sgabello, cercando di capire cosa ho alle mie spalle.
Due ragazze, potrebbero essere carine e avere vent’anni al massimo, ballano sexy al centro di un improvvisato cerchio di persone.
Sono cinque o sei ragazzini arrapati, più uno con una faccia da sfigato che quasi mi fa pena.
Lo guardo e mi viene voglia di accompagnarlo a casa.
Vorrei dirgli “cosa ci fai qui?”, poi prenderlo per il braccio e trascinarlo alla macchina, farlo salire e portarlo a casa.
Cosa ci fa qui uno così?
Alto, forse, un metro e sessanta, occhialini e capelli di paglietta marrone che regalano al suo volto delle basette stile Liberty.
È pallidissimo, sudaticcio. E sotto il suo maglione di lana anni ottanta, marrone con righine verdi, si nasconde un tisico.
Ride, poveretto, tutto eccitato che quasi si commuove nel vedere le due ragazzine ballare.
Nemmeno sa che non le avrà mai, che non ne avrà mai una anche solo carina.
Ora ride, cerca con gli occhi lo sguardo compiaciuto e complice degli altri ragazzi che, più sgamati, non lo vedono come essere umano, ma come oggetto di arredamento.
Tipo il lampadario, o il divanetto.
Lui continua a guardarsi in torno, tutto felice.
Presto comincerà a farsi qualche domanda e, a meno che non sia uno stupido e pieno di sé, inizierà anche a capire perché non potrà mai avere una come la ragazzina con la canottiera grigia.
Perché non è solo brutto, ma dalla faccia si vede che è anche insipido, scialbetto.
Si veste malissimo, già per questo potrebbe non scopare mai a Milano (ahh! le milanesi non hanno il cuore), poi deve essere anche povero, visto che non vedo firme alla moda sui suoi capi.
Certo, perché un conto è vestire male, un altro è vestire male firmato.
Comunque, sono troppo ubriaco per cercare di convincere il ragazzino ad andare via, a scappare da quelle ragazzine belle e senz’anima (citazioni di altissimo livello) che non avrà mai.
Sono troppo rincoglionito per suggerirgli di stare con gli amici all’oratorio e magari di imparare a suonare la chitarra, così almeno potrebbe un giorno avere un ruolo all’interno della società.
Ma siccome sono anche io un senza ruolo, e sono anche ubriaco e rincoglionito, smetto di pensare a quel povero ragazzo e cerco di capire le intenzioni di Ale, che intanto ha finito di sditalinare il cellulare.
“Sono fuori a fumare, andiamo a beccarli”.
“Ok” rispondo io, facendo il pollice alla Fonzie.
Quando sono stonato tendo a diventare una sorta di Fonzie dislessico e con problemi di aerofagia.
Ale si scosta dal bancone, mette nel taschino della giacca il suo telefono e si dirige verso l’uscita.
Io provo a seguirlo, in mezzo ai culi delle persone che mi sbattono contro, ognuno col suo ritmo.
Un ragazzo con una giacchetta di pelle dall’odore nauseante mi viene addosso, mi abbraccia e mi stampa un bacio sulla guancia: “grande!”, mi urla.
Ho l’impressione di conoscerlo, gli butto un “come va?”, lui risponde, io non capisco.
In tutto questo scambio insensato, ho perso di vista Ale.
Mi accorgo di essere proprio in mezzo alla pista da ballo e, non so perché, non penso ad andare fuori, dove gli altri mi aspettano bruciando le sigarette.
Penso che finito di fumare gli altri sarebbero tornati su.
Quindi mi siedo di nuovo allo sgabello, appoggio le braccia sul bancone, ordino un altro whiskey.
Il barista mi riconsegna la tessera (nei locali alla moda si usa così, si fa tutto con la tessera) ma io non riesco ad afferrarla, per via delle cannucce alte un metro che ho davanti al braccio.
Sposto le chiappe dal sedile, abbasso un piede e mi chino sul ginocchio.
Un tacco da 12 cm tenta di dividermi le nocche della mano.
Non so se avere un’erezione o incazzarmi con la bimba che, presa dall’euforia della serata, si sposta sui trampoli tutta eccitata senza badare alle mani degli stronzi che raccolgono le tessere dal pavimento.
Mi alzo, la vedo.
No, non la ragazzina con i tacchi, ma la ragazza che le sta dietro.
Imbronciata, occhi lucidi, sguardo fisso sul bancone.
Bellissima.
La fisso, ma non per farmi notare, come si farebbe in questi casi.
No.
Io la fisso perché non riesco a smettere di guardarla.
Ha degli occhi stupendi, sono così scuri e lucidi da riflettere tutta la luce che c’è.
Si gira e mi guarda.
Imbarazzo, strano, di solito non mi imbarazzano questi scambi di sguardi.
Allora penso che sia meglio fare una faccia da duro, d’altronde sto bevendo whiskey tutto solo al bancone del bar, cazzo.
Cerco di fare la faccia da duro, ma metto su un’espressione da pirla, con una spolverata di Fonzie dislessico. E con aerofagia.
Lei finge di non vedere la mia faccia di cazzo e risponde alzando il mento verso di me, come per dire “che si dice?”.
Io la guardo, elaboro in un nanosecondo e ribatto facendo la bocca alla Marlon Brando nel Padrino.
Voglio chiaramente comunicarle che sto ok.
Comunque lei -forse- capisce, scuote leggermente la testa e si volta per chiamare il ragazzo dietro al banco.
Quello arriva e come se niente fosse si allunga con l’orecchio verso le sue labbra. Non so come faccia a non mettere su una faccia da pirla anche lui.
Poi non capisco cosa ordina, ma posso intuirlo guardando la preparazione dell’intruglio: ghiaccio spaccato, lime (non manca mai eh), menta, zucchero, soda e rhum.
Lei allunga le dita sottili sul bicchiere, lo afferra e si volta.
Sorride ancora e stavolta sorrido anch’io, niente Fonzie leso o faccia da ebete.
Comunque sia, l’ho persa. È già svanita nella bolgia, nei colori e nelle luci del locale.
Potrei finire di colpo il whiskey, alzarmi e andare a cercarla. Ma non lo faccio, non mi sembra il caso. Lei è stata semplicemente carina con me, voglio dire, non si può nemmeno più ammiccare e chiedere come va agli sconosciuti al bancone del bar?
Mentre rifletto su questo e su altre questioni di importanza vitale, arriva Ale con il resto della compagnia.
Ora li riconosco tutti, più o meno.
Flavio, Missile e Andrea.
Ridiamo e scherziamo cercando di urlare più forte che possiamo, così almeno c’è speranza che qualcuno senta. Però le parole escono frammentate delle bocche, che si capisce niente; i timpani devono rispondere a troppe frequenze per badare a quelle di una sola misera conversazione.
Beviamo ancora, ma quando sono sull’orlo di abbandonare 2 o 3 dei 5 sensi mi fermo. Non voglio vomitare domani mattina alle sette (sì cazzo, forse ho bevuto del gin).
Tra una bevuta e una battuta del Missile, il quale si scoperebbe qualunque essere, vivente o no, arrivano le 4.
Il locale sta per chiudere e decidiamo così di andare fuori dalle palle, anche perché l’ubriachezza da molesta sta diventando “floscia”, quindi sentiamo il bisogno di andare a casa a riposare le membra per qualche ora.
Appena sceso l’ultimo gradino della scalinata che porta all’ingresso la rivedo, appoggiata al muro, che fuma una sigaretta mentre trattiene le lacrime.
Mi fa tenerezza, è dolce.
Le passo in fianco e saluto, non so perché.
Lei ricambia dicendomi un semplice “ciao”, con naturalezza, come se già ci conoscessimo. Senza pensare le chiedo se sta bene, lei fa di sì con la testa e io non riesco a dire nulla di sensato se non “buonanotte”.
Tra i sorrisi e le battute degli amici che mi chiedono chi è la ragazza, mi avvio rapidamente alla macchina, anche perché comincia a nevicare.
È neve soffice, fiocchi che cadono con leggerezza e si posano sull’asfalto gelido.
Mi siedo nella macchina con fatica, il cappotto elegante che indosso mi sta scomodo, non sono tipo da vestiti eleganti, non riesco a muovermi impacchettato come un damerino.
Mi cade il cellulare dalla tasca, bestemmio, lo rimetto via e mi accendo una sigaretta. Cerco intanto di far funzionare i tergicristalli per spostare la sottile coltre bianca dal vetro. La luce del lampione di fronte entra dal parabrezza e mi fa socchiudere gli occhi.
Non riesco a capire perché, ma devo tornare dalla ragazza.
Esco dal parcheggio di fretta, giro l’isolato e passo davanti all’ingresso del locale. Riesco a parcheggiare in qualche modo.
Mostro al buttafuori del “lips” il timbro che ho sulla mano destra: “stiamo chiudendo” è tutto quello che riesco a decifrare, prima di vederla spuntare dall’uscita del club.
Mi vede, ci guardiamo.
Viene verso di me camminando con la testa bassa, mentre precede un gruppo di cinque o sei persone, forse amici suoi.
È vicina a me, ne sento il profumo e stavolta non esito: “sei sicura che va tutto bene?”. Lei risponde di no, “portami via” mi dice.
Camminiamo a braccetto, svelti, verso la macchina.
Sono incredibilmente calmo anche se la situazione è davvero strana.
Non ci penso, semplicemente.
Non penso a quanto inusuale sia conoscere in questo modo una persona, portarla via da un posto, dai suoi amici (o dai suoi nemici), dalla sua notte.
Tutto con due parole, in una frazione di secondo.
Mentre inspiro dal naso l’aria gelida della neve sento dei passi, poi una voce: “dove cazzo vai!?!”. Mi volto e vedo un tipo che corre verso di me, verso di noi.
Lo colpisco.
Forte, diretto, penso sul naso.
La mia mano emette un suono da brividi, ma il suo naso la supera.
Tutto in una frazione di secondo, via, senza pensare.
Sento delle urla, ma lei è già alla macchina. Salgo anche io, i buttafuori sono lontani, il motore è già acceso e in un attimo siamo invisibili.
Silenzio.
Non ci diciamo niente.
La macchina scorre morbidissima quasi senza emettere suoni, se non quello della neve che si schiaccia sotto il peso delle ruote.
Io mi tocco la mano, cazzo, devo essermi rotto qualche cosa. Si sta gonfiando.
Ma poi penso al suo naso e mi rincuoro. C’è sempre qualcuno che sta peggio di te nel mondo.
Provo a parlarle, le chiedo “dove andiamo”.
Lei mi risponde che non andiamo da nessuna parte.
Benissimo, penso, ho rapito una sconosciuta e spaccato la faccia ad un ragazzo così, per non andare da nessuna parte.
Le chiedo chi era quello che ora ha il naso rotto, lei dice un coglione, io non capisco bene ma mi adeguo. Anche perché sono quasi le 4.30.
Guido, senza pensare.
Accendo lo stereo, forse per rompere la tensione, la musica si diffonde e sento le parole della canzone, mi suonano così tristi, non so perché:
Stranded in this spooky town
Stoplights are swaying and the phone lines are down
This floor is crackling cold
She took my heart, I think she took my soul
Continuo a guidare.
Senza accorgermi di nulla arrivo sotto casa mia.
Parcheggio e scendiamo, ancora senza dire una parola. È tutto così surreale, la neve, il silenzio di una domenica mattina, il mal di testa, lo stomaco ormai sottosopra.
Infilo la chiave, la ruoto nella serratura e siamo dentro.
Faccio le solite cose, chiavi sul muretto, luce, via la giacca.
Lei tiene su la sua e si incammina con me verso la stanza.
“Vuoi qualcosa da bere? da mangiare?’”, chiedo.
Mi dice di no, è a posto così.
Non scendo in cucina quindi, ma rimango lì, sotto l’arco che divide lo spazio d’ingresso con la stanza.
Mi volto per accendere la luce della lampada e sento che lei si sta togliendo la giacca e che la sta buttando sul letto.
Torno a guardarla mentre appoggia la borsa vicino ai piedi e mi sorride, dolcissima, gli occhi le brillano come quando l’ho vista al bancone.
Nella mia testa continuo a pensare che la situazione è dir poco bizzarra.
Non ci diciamo un parola.
Ma sono così stonato che in fondo tutto questo non mi sembra poi così strano.
È tutto soffice, come la neve che cade fuori.
Siamo vicini, lei allunga la mano e mi tocca il braccio.
Cazzo, mi gira la testa, non capisco bene in che dimensione sono.
Potrebbe anche essere un sogno, magari sono tornato sbronzissimo e sto solo dormendo.
Magari sto sognando proprio la ragazza che ho visto al bancone.
Ecco perché è tutto così strano.
Penso di aver capito.
Ma poi si avvicina, sento il suo odore.
Mi bacia.
Le labbra sono morbide, soffici come la neve ma calde dentro.
Muovo la mia lingua cercando di seguire la sua.
Piano, in maniera delicata, non come si dovrebbe fare con una conosciuta in discoteca e della quale si ignora il nome.
Lei si allontana un po’ da me, mi guarda con quegli occhi lucidi e buoni, accenna un sorriso e poi schiude leggermente le labbra.
Riesco ad inalare il suo respiro, è dolce.
Allora non resisto, mi avvicino, la bacio io.
Lei si lascia baciare, stiamo andando un po’ più forte adesso e le sue braccia attorno al mio collo si stringono.
Mi accarezza la testa, la tira leggermente.
Io mi faccio trasportare, così scivoliamo sul letto, proprio sopra la sua giacca.
Ci baciamo sdraiati uno in fianco all’altro. Poi lei si sposta piano, trascinando le mie mani coi suoi fianchi, fino a quando è sopra di me.
I capelli scuri e lisci le cadono sul viso e lei con la punta delle dita li riporta dietro all’orecchio.
La mia mano, ancora un po’ fredda e dolorante, sale lungo la sua schiena accarezzandola e sentendo coi polpastrelli come la pelle reagisce al freddo.
Si increspa leggermente, anche quando scendo a toccare i muscoli concavi sulla spina dorsale.
Si toglie la maglia, poi toglie la mia.
Comincio a baciarle il collo e mentre la mia bocca si riempie di aromi, riesco a toglierle il reggiseno.
Ora i corpi si schiacciano, uno contro l’altro, decisi.
Posso sentire il suo calore. Il mio petto preme sul suo.
Io non penso a nulla, mi lascio andare, senza badare più alla situazione.
Sono troppo preso dal sapore di quella pelle olivastra e liscia come la seta.
Sono in una specie di dimensione ovattata e calda.
Quasi non mi accorgo che siamo nudi, non penso a nulla.
Quando sono dentro di lei, la sento afferrarmi le scapole e stringermi piano la carne con le unghie.
Non penso a nulla.
Mi allungo un po’ sopra di lei e sento ancora i suoi seni quando la bacio appena sotto la mascella.
La sua bocca è contro il mio orecchio, la sento sospirare e mi fa girare la testa, come se avessi la febbre.
Chiudo gli occhi e non penso a nulla.
Probabilmente ci siamo addormentati così, uno sopra l’altro, senza pensare.
Dopo un imprecisato lasso di tempo, riapro gli occhi.
Con fatica, perché mi sento le palpebre incollate, le labbra asciutte.
La luce soffusa della lampada non c’è più.
C’è invece un raggio che come una lama attraversa i fori delle persiane e colpisce il lato sinistro del mio corpo.
Quando la nebbia svanisce dai miei occhi, mi giro.
E vedo che anche lei è svanita.
Non c’è nel letto, non la trovo al bagno.
La cucina e la stanza adiacente sono vuote, sembra che nessuno oltre a me sia mai stato in quella casa.
Per un attimo penso di essere matto, di aver davvero sognato tutto.
Devo smettere di bere, cazzo.
Poi guardo il tavolo e la sua superficie liscia è interrotta da un foglietto ricurvo.
“grazie per tutto, sei il mio cavaliere”.
giovedì 20 marzo 2008
Primo periodo - Scritto #3
Se lo conosco bene come credo, la storia raccontata è per gran parte veritiera.
Il racconto, brevissimo, si svolge in alcuni luoghi dove realmente Romeo ha vissuto.
Ricomporre lo scritto questa volta è stato molto faticoso: tagli, strappi, modifiche.
In origine doveva essere qualcosa di molto più corposo, quasi un romanzo breve, anche se non posso dirlo con certezza.
Quello che so, è che la ragazza della sua storia esisteva davvero. Purtroppo, il passato non è casuale.
Siamo alla svolta, il grande temporale finale descritto nel racconto (parte aggiunta a posteriori per terminare in maniera brusca il romanzo, a mio parere) è una parabola su quello che è successo nella relatà, e su quello che ancora sta accadendo.
Per Romeo l'estate finì, in un certo giorno di settembre.
Lo so per certo.
Ora, ci attende un lungo e buio inverno.
Questo è il terzo scritto, l'ultimo del primo periodo. D'ora in poi ricomporrò la parte delle "Cronache della follia".
E' la parte in cui si entra nell'Incubo.
Chi l'avrebbe mai detto, potrebbe essere stata la delusione d'amore a fare scattare la molla.
Dopo questo racconto, ancora pervaso da una sorta di slancio verso il futuro, ancora positivo e nonostante tutto ironico, Romeo cadrà in una fase allucinata, misteriosa e macabra.
Mi sento quasi di provare pena per lui, leggendo questo ultimo scritto.
E' quasi poetico, quasi dolce.
Forse non aveva previsto l'apocalisse, il baratro.
In ogni caso, rimanete collegati, perchè lui è già sulle mie tracce.
Ed io sulle sue.
Di nuovo.
Estate senza fine
Era un vecchio locale, quelli col fumo, le luci soffuse e tutto il resto.
Anche se per la verità le luci non erano precisamente soffuse, erano ingiallite dal fumo denso e dalla polvere. Sembrava un film in bianco e nero, anzi, in bianco e giallo.
No, era tutto giallo e marroncino; colore dei suoi capelli, del fumo attaccato alle pareti, della birra che scorreva a fiumi dai bicchieri abnormi che servivano in quella specie di cantina.
Quando LEI andò al bagno, la guardai camminare. Le fissai il culo e mi chiesi se veramente lo meritavo, un culo così.
Aspirai una sigaretta e mi rivolsi al mio compagno di tavolo:
- come ti sembra? -
- è una gran passera. -
- già. -
Ciucciai quel che rimaneva della birra.
Lei era una specie di ragazzina del tipo magrino-biondino con le lentiggini e la faccia da furba.
Un tizio una volta disse che le donne sono animali fondamentalmente stupidi.
Non saprei dire se sia vero, però bisogna ammettere che la cosa è facilmente riscontrabile. Lei, per esempio, non era affatto stupida, tuttavia aveva un’innocenza ed una trasparenza che la portavano a non rendersi conto di nulla. Queste caratteristiche possono sicuramente portare una donna nei guai. Non bisogna essere innocenti, se si è donne. Bisogna essere meschine e astute per ottenere sempre ciò che si vuole. Essere innocenti e pure significa essere vulnerabili, quindi probabilmente stupide. Era la mancanza di pudore, comunque, la sua più bella caratteristica.
Non era una tipa volgare, né tantomeno una stronza o una troia. Semplicemente faceva quel che le andava, quando le andava. Era così innocente da non avere pudore.
Ovviamente grandi chiavate.
Aveva sempre voglia, ed era sempre un piacere tuffarsi fra le lenzuola con quella faccia da furbetta.
Batteva le ciglia con una cadenza ed un’espressività che avrebbero fatto rizzare il cazzo ad Elton John.
Comunque.
Conobbi faccia da furbetta allo studio di Faso. Ce ne stavamo a cazzeggiare mentre ascoltavamo le ultime registrazioni.
Mi accesi una sigaretta, soffiai via il fumo: lei era lì davanti a me.
Non era vestita in modo appariscente, niente gonna, scarpe con tacco o roba del genere, niente di tutto questo. Era vestita molto semplicemente, scarpe sportive, pantaloni larghi sulle gambe ma molto bassi e stretti in vita, di quelli quasi cadenti, magliettina con scritta insensata tipo “University
Quant’era bella però, Dio bono. Sono sicuro che sarebbe stata sexy anche con indosso una scatola di cartone. Cazzo, ci sono volte in cui non riesci proprio a resistere. Non so se si capisce di cosa parlo e non saprei nemmeno dire se sia amore. Io so solo che appena la vidi mi sentii come quando si prende una cotta per la compagna alle scuole medie, intendo una di quelle che resti a guardarla per tutta l’ora di matematica riuscendo solo a pensare quanto sia bella.
Ecco come mi sentivo, come un ragazzetto stupido di terza media.
Poi me la presentarono; mi sorrise, sorrise a tutti.
Solo che a me fece una sorta di cenno d’intesa, come se ci conoscessimo già (e in fondo forse era così, visto che io l’avevo sempre sognata, una faccia da furbetta).
Il suo migliore amico, Guido, un alcolizzato con lo stomaco ormai marcio, mi disse in seguito che le piacevo.
Così organizzammo per uscire la sera seguente.
Eravamo tutti noi del gruppo, più due stordite amiche di Gus e il cugino subnormale di qualcuno.
Faceva caldo, così ci fermammo a bere qualcosa di fresco in un locale di Porta Romana, la loro zona, la zona di faccia da furbetta e di Guido intendo.
La birra scorreva giù per gli esofagi con velocità incredibile e il caldo le dava una mano a stordirci. Ordinammo quindi anche del vino, per concludere la serata, dato che ormai la nostra sete orrenda era stata quasi spenta; fu a quel punto che Gus mi disse di volersi fare Faccia da Furbetta. Ovviamente non me lo disse così, mi parlò invece in modo schifosamente indiretto, come era solito fare Gus quando diventava viscido: “sai …ehm…quella Faccia da Furbetta…mi piace… e penso di piacerle…almeno intellettualmente…cioè per gli interessi in comune intendo…” e continuava poi, balbettando, con altre manfrine del genere.
Io annuivo, mandavo giù la birra rimasta nel bicchiere, e mi chiedevo se Gus avesse mai annusato una figa.
Ci avviammo verso casa e, mentre Gus cercava con gli occhi di attirare l’attenzione di Faccia da Furbetta, venne giù il diluvio universale. Così forte che Noè si sarebbe cacato sotto.
Illuminate dai lampi, due ombre spezzettate e sfuggenti si facevano mangiare dalla notte, lungo i luccicanti binari bagnati. Coperto dai tuoni, Gus era riuscito a svincolarsi dal gruppo, per poter accompagnare furtivamente Faccia alla sua abitazione.
Sapevo che quelle notti avrebbero mangiato anche me, ma ci ero forse abituato.
Vi ha mai mangiati la notte?
Col suo stomaco nero e sudato, vi ingoia e poi vi vomita a pezzi nel vostro letto.
Ovviamente la notte risputò anche faccia da furbetta e Gus, entrambi intatti e nei letti delle camere delle loro rispettive case.
Lo sapevo, sapevo che LEI voleva farsi mangiare dalla notte con me.
Quindi, poco tempo dopo, quel buco nero ci divorò, e noi ci sguazzammo.
Erano tempi tutto sommato felici, ascoltavamo tanta musica e ingollavamo tanta birra, leggendo anche qualche buon libro, di quelli che ti capitano per caso, quando meno te l’aspetti.
La giornata tipo era: sveglia quando si aveva finito di dormire, pasto a casa – se c’era qualcosa da mangiare – altrimenti fuori all’aperto, nel vecchio bar in fronte allo studio di Faso. Si mangiava un panino, qualche birra e poi una sigaretta al sole, sdraiati sull’erba del parco all’angolo, prima di entrare a registrare nello studio.
A volte ci incontravamo con il resto del gruppo, si pranzava tutti assieme. Ricordo ancora i Nergoni che si scolava Guido, uno dietro l’altro, senza fine. Poi vomitava, si puliva la bocca, ricominciava.
Ogni uomo dovrebbe avere la possibilità di vivere in questo modo, almeno ogni tanto.
Ci lasciamo consumare dalle ricchezze e dalle miserie, ci impazziamo, dietro ‘sta vita, Dio boia. Impegno, precisione, stile, buone maniere. Per poi non avere neanche una Faccia da Furbetta fra le braccia.
Ecco perché cercavo di godermi gli attimi, preziose schegge di bellezza, in mezzo questo delirio completo che, ce ne accorgiamo troppo tardi, è la vita.
A quei tempi tutto sembrava luminoso; vivevamo, io e faccia da furbetta, nel suo appartamentino, era disordinato ma davvero bello e in ottima posizione. Stavamo vicini al centro, potevamo uscire a passeggiare a qualsiasi ora, senza problemi di traffico, parcheggi, rompicazzi vari. Era davvero accogliente, forse un po’ tenuto male e forse anche impolverato, ma questo lo rendeva ancora più caldo. E poi lo sanno tutti che le facce da furbetta non sono molto brave nelle faccende di casa. Chissenefrega, poi, di come stirano. Hanno di meglio, loro, altrochè.
Uscivamo quando ne avevamo voglia, andavamo al parco a bere qualcosa e, se non si doveva registrare, si tornava a casa. Lei mi si avvinghiava come un leopardo. Davvero, era felina. Mi catturava, mi avvolgeva con i suoi muscoli bagnati, ed io ero SUO.
Spesso finivamo tardi di scopare e ci mettevamo sul terrazzo a mangiare quello che capitava mentre, sdraiati sulle piastrelle rosse e fredde, succhiavamo del vino guardando le stelle. Sentivo sulle labbra il sapore della sua carne e fra i denti quello del vino. L’amore ci bruciava, avevamo così caldo, ma stare lì sdraiati con il vento che ci accarezzava rendeva tutto indescrivibilmente speciale. Bisogna viverla una cosa del genere. I muscoli del corpo che si rilassano, la schiena calda e sudata che si appiccica al pavimento freddo, il suo viso stupendo per metà nascosto dai capelli chiari, sotto ai quali due occhi profondi ti illuminano rispecchiando i bagliori della luna. Sarei rimasto lì PER SEMPRE.
In quel periodo era sempre estate, una cosa incredibile, il caldo durò forse cinque mesi. E fu sempre ESTATE.
Bizzarrie del clima che forse accompagnavano il periodo più libero e rilassato della mia vita.
Avrà piovuto dieci volte a dir tanto in quei mesi, ma la natura non sembrava subire la siccità. Restava tutto fresco e verde, come in una sorta d’incantesimo.
Il caldo era forte, intenso. Spesso andavamo al fiume nel week-end; partivamo in 4 o 5 e raggiungevamo il Trebbia, non più lontano di un centinaio di chilometri. Ci stendevamo al sole, qualcuno stappava bottiglie e lattine, qualcun altro suonava.
Io invece rimanevo seduto sul mio telo, a guardare Faccia da Furbetta che usciva dall’acqua. Aveva un corpo fantastico, eppure non lo metteva in mostra come ogni altra donna avrebbe fatto al posto suo. La sua anima indossava il corpo con grandissima naturalezza.
Usciva dall’acqua, passandosi le mani sul capo, in modo da portare all’indietro i capelli bagnati, facendomi restare sorpreso dalla bellezza del suo viso. Gli occhi rapidi e umidi, i piccoli seni sorretti da quei muscoletti tipicamente femminili, i piedi con lo smalto nero sulle unghie. A CHIUNQUE sarebbe girata la testa, era davvero incantevole. Ed io ero, con altissima probabilità, innamorato di lei. Faccia Da Furbetta, che tipa poi! Troppo spigliata ma innocente per non intrappolare uno come me…
Già, spigliata e innocente. Era il giusto mix per farmi impazzire. Quando le parlavo, quando la guardavo, mi sembrava una ragazza senza passato. Avrebbe potuto essere un killer, un cazzo di sicario professionista, ma io non me ne sarei accorto.
Era bianca, candida per me.
Allo stesso tempo furba e intelligente come poche altre. Possessiva sì, ma non lo dava a vedere. Le altre ragazze non mi si avvicinavano perché capivano subito, Faccia Da Furbetta non avrebbe mai permesso.
Era, tutto sommato, una ragazza di sani principi, all’antica direi. Passionale e sanguigna, ma non perversa in maniere strane come quelle che oggi si incontrano nelle strade o nei locali.
Le piaceva fare l’amore e la vedeva come una cosa normale (d’altronde sarebbe anormale il contrario), senza pudore e senza vergogna, perché nulla vi era da vergognarsi.
Era un’estate senza fine, quella mia e di FDF.
Almeno così mi pareva, finché ci ero dentro.
Perché il pianeta aveva compiuto già tutto il cazzo di giro. Più e più volte. L’afelio si era allontanato, e noi andavamo verso la rottura.
Come un tuono che squarcia il cielo, un lampo che lo taglia in due.
Seguirono grandine e piogge.
Era iniziato tutto con un acquazzone, con Faccia da Furbetta e Gus che l’accompagnava. Chissà Gus cosa starà facendo ora. Avrà una casa, un lavoro, magari una donna.
No, non può esserci estate per sempre. Forse è questa la lezione che dobbiamo imparare, forse è il nostro compito, adeguarci.
Anche se ci mancheranno le stelle, il vento fresco, il vino con gli amici, le pause prima di riprendere a suonare, l’amore infantile, il sesso, il sudore, la musica, i plettri nelle tasche, le risate.
Dobbiamo adeguarci.
E imparare ad uscire da un sogno, prima che questo ci divori dall’interno.
venerdì 14 marzo 2008
aggiornamento - la caccia è aperta.
Romeo è ancora in città, sono sicuro. E' stato visto, di nuovo, aggirarsi per la notte in un luogo pubblico.
E' affamato. Devo trovarlo prima che lui trovi me.
Prima che trovi voi.
Buona caccia.
indizio: alla larga dai canali